F.A.Q.

Botta e risposta sulle domande più frequenti che ci vengono fatte a proposito di Decrescita: (un altro dettagliato elenco lo puoi trovare QUI)

1-Perchè il termine DECRESCITA?

E’ un termine volutamente provocatorio, sta a sottolineare il nostro rifiuto dell’ideologia della crescita. Rifiutiamo l’idea fondamentale che il fine delle attività produttive dell’uomo sia la crescita economica.

Sarebbe potuto essere anche A-crescita, perché l’obbiettivo della decrescita non è la riduzione del pil ma la sostituzione di paramenti quantitativi in  qualitativi: MENO e MEGLIO.

Altri termini utilizzati per questo concetto  in altri tempi e luoghi sono:swadeshi, semplicità volontaria (Gandhi), bien vivir (comunità andine), economia del sufficiente e del bastevole (Wuppertal Institut), convivialità (Illich), sobrietà (Gesualdi), austerità (Berlinguer), joie de vivre (Georgescu-Roegen).

2- Ma con la crisi siamo già in Decrescita, no?

No. Ora siamo in Recessione, cioè una condizione in cui vi è una contrazione di produzione e consumo di merci imposta dalla crisi. In recessione si innesta una spirale viziosa  nella quale la riduzione degli investimenti riduce al produzione e  l’occupazione, la disoccupazione riduce i consumi che a loro volta riducono investimenti e occupazione; e così via.

La Decrescita invece propone una riduzione mirata e selettiva della produzione di merci non utili e che non rendono più felici, favorendo invece la produzione di beni utili più durevoli ed efficienti.

2- Ma se si riducono i consumi si riduce il lavoro e si crea disoccupazione!

Nell’Economia della crescita si.

L’Economia della crescita è assuefatta al consumo; una volta si lavorava per produrre, ora si compra per lavorare. Questo meccanismo si chiama Consumismo ed è stato scientificamente favorito negli anni cinquanta. E’ rimasta celebre dall’economista americano Victor Lebow:

« La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo. […] Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e rimpiazzati ad un ritmo sempre maggiore. Abbiamo bisogno di gente che mangi, beva, vesta, cavalchi, viva, in un consumismo sempre più complicato e, di conseguenza, sempre più costoso. Gli utensili elettrici domestici e l’intera linea del fai-da-te sono ottimi esempi di consumo costoso

Che la crescita economica e del PIL facciano aumentare l’occupazione è falso. Dal 1960 al 1998 in Italia il prodotto interno lordo a prezzi costanti si è più che triplica passando da 423.828 a 1.416.055 miliardi di lire (valori a prezzi 1990), la popolazione è cresciuta da 48.967.000 a 57.040.000 abitanti, con un incremento del 16,5 per cento, ma il numero degli occupati è rimasto costantemente intorno ai 20 milioni (erano 20.330.000 nel 1960 e 20.435.000 nel 1998). Una crescita così rilevante non solo non ha fatto crescere l’occupazione in valori assoluti, ma l’ha fatta diminuire in percentuale, dal 41,5 al 35,8 per cento della popolazione. Si è limitata a ridistribuirla tra i tre settori produttivi, spostandola dapprima dall’agricoltura all’industria e ai servizi, poi, a partire dagli anni settanta del secolo scorso, anche dall’industria ai servizi.

Pensare di creare lavoro ed uscire dalla crisi continuando a perseguire lo stesso sistema che l’ha generata è folle.

La decrescita è l’unico modo per creare occupazione: per approfondimenti è possibile consultare il documento Decrescita e Occupazione.

3- Certo, ma quelli del terzo mondo?

4- Ma siete per la Decrescita demografica?

5- Ma voi volete tornare all’età della pietra!

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